La rivincita del diciassettenne

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Il disegno che vedete qui sopra è la copertina per una musicassetta contenente un mio mixato di musica acid house, anno 1987. Avevo da poco iniziato a fare il DJ e, ora come allora, il primo obiettivo per un aspirante DJ era farsi conoscere; all’epoca fondamentalmente regalando cassette a scuola, dato che Internet esisteva solo in qualche laboratorio di Ginevra.

Non esistevano stampanti laser e software di fotocomposizione per produrre grafica raffinata; il mio primo computer, un Sinclair ZX Spectrum, giaceva inutilizzato da qualche anno in un cassetto, dato che la mia nuova passione, con le sue promesse di lauti guadagni e successo con le ragazze, aveva completamente rimpiazzato quella per la programmazione.

Perciò, per avere una copertina ad effetto che impressionasse i miei compagni di scuola non restavano che righello, pennarelli e, per un tocco di professionalità, lettere trasferibili tipo decalcomania. Il risultato era assolutamente dignitoso per la sua epoca; le mie cassette infatti avevano preso a circolare “viralmente” anche al di fuori della mia scuola e, nel giro di due anni, mi avrebbero portato alla prima residenza come DJ in un club.

Ricordo bene come mi sentivo a 17 anni. Mille idee in testa, molta, moltissima energia che però non trovava una sponda “tecnica” che mi permettesse non solo di realizzare i miei progetti, ma anche semplicemente di abbozzarli (“provinarli”). Non avevo soldi in tasca e, per fare musica elettronica nel 1987, ne servivano molti. Un sintetizzatore costava molti milioni, poi serviva un computer che all’epoca non esisteva ancora  (l’Atari ST con le sue porte MIDI incorporate), una batteria elettronica e un mixer, e tutto questo solo per realizzare un demo. Molti milioni di lire che io non avevo e che non potevo chiedere ai miei genitori.

Ricordo che abbozzai sul mio diario scolastico l’idea per un brano “con un arpeggio tipo italodance anni ’80, un bel cantato femminile e con la battuta house”, che profetizzava perfettamente “Rhythm is a Dancer” degli Snap che avrebbe innescato il fenomeno Eurodance pochi anni dopo.

Un giorno, andai a casa di un mio compagno di classe che possedeva un Amiga; c’era un software di composizione musicale che permetteva di costruire interi brani usando forme d’onda (wavetables). In un intero pomeriggio di lavoro non andammo molto più avanti di una cassa in 4/4 e un charleston in levare. Era impossibile avvicinarsi ai suoni dell’house senza usare un campionatore “vero”.

Ma anche ipotizzando di poter avere accesso a uno studio completo, non avrei saputo dove mettere le mani, né dal punto di vista dei suoni né da quello dell’arrangiamento, dato che non avevo studiato musica e le mie idee (le mie tantissime idee!) erano “idee da DJ” e non, ad esempio, giri armonici o riff di chitarra.

In breve, il diciassettenne aspirante DJ Producer degli anni ’80 era fatalmente frustrato. Per la cronaca, coi soldini delle mie prime serate riuscii a comprare a rate senza dirlo ai miei, nel 1990, un costosissimo campionatore Ensoniq EPS16 dotato di sequencer interno, col quale riuscii a “provinare” efficacemente le mie idee e a farmi produrre da Daniele Davoli, all’epoca mio idolo e star internazionale. E il resto è storia.

Avanti veloce a oggi: il campo di battaglia su cui si sfidano i produttori dance del mondo, da quelli stra-pagati che remixano Madonna ai principianti, è stato completamente livellato dall’avvento dei software di produzione su PC. I primi acquistano i plugin e hanno studi insonorizzati e monitor da 3mila watt, gli altri usano software “piratato” e monitor scrausi nelle loro camerette; ma il risultato finale è completamente indipendente da questi fattori, dato che il suono viene generato dagli stessi algoritmi all’interno degli stessi microprocessori.

La differenza di qualità la fa puramente “il manico”, cioè l’abilità tecnica, dell’utente; ma anche qui il campo di battaglia si è praticamente livellato, dato che un’infinità di siti e video YouTube offrono gratuitamente la conoscenza tecnica che anni fa era appannaggio esclusivo di chi passava molte ore in studio.

Serve molto tempo, certo, per assimilare questa conoscenza e “farsi un’idea” sulla propria DAW; ma è qui che il diciassettenne ha un vantaggio enorme sul produttore professionista. Il diciassettenne ha tutto il tempo del mondo, il professionista no.

Dotato degli stessi strumenti software dei professionisti, dell’accesso alla stessa conoscenza e di molto più tempo, il diciassettenne di oggi è tecnicamente in grado di esprimersi, a volte passando dalla camera da letto al Tomorrowland nel giro di un anno.

Avicii, Martin Garrix e altri sono vere superstar, e in maniera del tutto meritata; ma se fossero nati nel 1970 starebbero probabilmente disegnando la copertina per il loro ultimo mixato. È la rivincita del diciassettenne.

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